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Nereto è una fiorente cittadina situata a 163 mt. slm. Sorge su una collinetta al centro della Val Vibrata, a circa10 km dal Mare Adriatico, lungo la statale 259 per Ascoli Piceno.

Varie sono le ipotesi sull’origine del toponimo Nereto; Nicola Palma lo fa derivare dal greco Neros, luogo basso ed umido, altri da neritos, luogo boscoso ed ameno, o dal fiume dalmata Naretwa o Narenta, da cui la dizione dialettale di Narèta; “Neretum” è toponimo prelatino, relitto del sostrato mediterraneo, e potrebbe riflettere la base *nar /*ner diffusa dall’Iberia all’Iliria e alla Grecia, indicante probabilmente “acqua” e presente in alcuni idronomi (cfr. il fiume Nera).

Nereto, come molti centri della vallata vanta origini molto antiche risalenti al periodo neolitico, secondo lo studioso neretese De’ Guidobaldi Speranza avv. Giuseppe, i primi abitatori furono i Siculi, originari della Grecia, mentre che Nereto facesse parte dell’Agro Truentino ci viene confermato da Nicola Palma. Ai tempi di Roma il centro abitato sorgeva in contrada S. Martino ed il suo nome era “Vico Galliano”, probabilmente possedimento di un certo Gallio o Galliano, a cui era stato concesso per meriti militari. Alla caduta dell’Impero romano seguirono le incursioni di Goti, Bizantini, Longobardi, Franchi e Saraceni che si susseguirono durante tutto il Medioevo, sconvolgendo luoghi e culture. In seguito a queste, l’antico nucleo abitato fu distrutto e ricostruito più a nord, incastellato, dove si trova attualmente, divenendo così “Casale Nereti”. Dopo il Mille giunsero in queste terre i monaci benedettini che introdussero il culto di S. Martino edificando una chiesa in onore del Santo sui ruderi del Vico Galliano. Nel frattempo, il nostro territorio, che dai tempi di Augusto aveva fatto parte del Piceno, fu unito dai Normanni al Regno di Napoli, divenendo così zona di frontiera: fu infatti re Ruggero II a fissare il confine del regno sul fiume Tronto. L’antico Casale Nereti si trasformò allora nel più importante Castrum Nereti acquisendo significative funzioni difensive.

Durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, ai tempi di Urbano IV e di re Manferdi, Nereto parteggiava per i Guelfi, manifestando fedeltà al Papa, come attestava una iscrizione, ormai perduta, murata nella parte orientale del castello. Il 24 dicembre 1279, durante la dominazione Angioina, Nereto fu data in feudo ad Amelio de Agoto Courban, signore di Colonnella. Nel 1314 Roberto d’Angiò incarica R. d’Acquaviva, vescovo aprutino, di affidare al canonico B. Cosentino la chiesa di S. Martino dell’abitato “Nereti” e di assisterlo, poiché quella chiesa aveva subito incursioni da parte degli uomini del signore di Colonnella. Nel 1383 Carlo III di Durazzo re, vende per 14.000 ducati al comune di Ascoli alcune terre tra le quali figura il nostro paese. Il 12 settembre 1385, nella rocca di Nereto, Ascoli prende possesso materiale del castello “Nereti” ricevendone le chiavi. Nei primi anni del 1400, re Ladislao, Signore di Ascoli, per motivi difensivi diede il suo assenso alla ricostruzione del castello di Nereto, che sotto la dominazione ascolana, veniva governato dal Consiglio degli Anziani di Ascoli. Sotto tale amministrazione il paese si trovava in una posizione di privilegio rispetto agli altri castelli della Val Vibrata che erano invece sottoposti al dispotismo ed allo sfruttamento del governo borbonico. La forma del governo era collegiale, composta dal governatore, ascolano, detto anche “sindacato” e da due “sindacatori”, di Nereto, eletti dagli stessi neretesi. Questa forma di governo rappresentava una difesa dei diritti e un controllo di doveri per i cittadini assicurando loro una certa libertà nelle attività socio-economiche. Fu così che il paese crebbe e si sviluppò, ebbe il diritto di esercitare la giustizia, far leggi, percepire balzelli, eleggere il potestà ed avere diritto a possedere altri importanti uffici.

Dal bilancio di previsione di spesa per l’anno 1541-1542, redatto a Napoli, risulta che la terra di Nereto, di 102 fuochi (ogni fuoco corrispondeva mediamente a 5 persone), godeva di esenzione fiscale; dal 1532 al 1736, il paese passa da 102 fuochi a 161.

Non ci sono documenti che attestano la data precisa della fine dell’amministrazione ascolana su Nereto, e del passaggio dello stesso al Regno di Napoli, probabilmente avvenuto sullo scorcio del ‘600 visto che nel 1680 Nereto figura “Baronìa di Ascoli”, sulla carta topografica della “Marca di Ascoli e i suoi confini”, di Odoardi Odoardo De Carillini. Quando Nereto tornò sotto il Regno di Napoli la giustizia venne esercitata da Regi Governatori che vi ebbero residenza fino al 1806; nel 1807 con l’occupazione francese questi cedettero il posto ai Giudici di Pace e di Circondario che scelsero Nereto come residenza. Il Circondario comprendeva oltre al nostro paese Corropoli, Controguerra, S. Omero e Torano. Nel 1700 Nereto rivestiva grande prestigio nella Regione sia per le nobili famiglie ivi residenti, sia per le importanti funzioni assunte nell’ambito dell’Amministrazione borbonica; l’abitato si estese verso sud e la popolazione crebbe. Nel 1796, durante l’invasione napoleonica nei paesi di confine vi erano stanziati i reggimenti Puglia, Regina e Real Napoli. La truppa era comandata dal generale Pignatelli-Cerchiara che fissò il suo quartier generale a Nereto e nella Badia di Corropoli. Con la caduta di Napoleone, il paese tornò sotto il governo borbonico che non riuscì però a soffocare i nuovi fermenti rivoluzionari di indipendenza e libertà, che diedero vita ai moti carbonari e al Risorgimento. Il 13 ottobre 1860 le truppe piemontesi di Vittorio Emanuele II, comandate dal generale Cialdini, passarono il Tronto e liberarono Nereto, insorto insieme agli altri paesi della valle. Dopo l’Unità d’Italia, il primo Sindaco di Nereto fu Giovanni Di Francesco, seguito da esponenti delle famiglie Guidobaldi, Ranalli, Partenope e Santoni.

Dopo il 1860 il centro abitato si estese, furono istituite scuole ed opere di assistenza, nel 1871 fu fondata una delle prime Casse di Risparmio della provincia e anche una Banca Popolare Cooperativa. Nereto divenne capoluogo di Mandamento, ebbe la Pretura, l’Ufficio del Registro, la sezione di Cattedra Ambulante di Agricoltura e la Sede della Tenenza dei Carabinieri. Sorsero inoltre una Casa di cura, uno stabilimento di tessitura, tre calzifici, fabbriche di mobili in legno, due tipografie, una centrale telefonica, la fabbrica del ghiaccio, un pastificio, un lanificio, un oleificio, uno stabilimento bacologico e uno di laterizi. 

Tra gli uomini più illustri ricordiamo Domenico de’ Guidobaldi, famoso archeologo, Ferdinando Ranalli, storico-letterato, Emidio Piermarini, letterato e Armando Santoni, oculista.

Il tessuto urbano è tardo ottocentesco e moderno.

Al centro dell’abitato troviamo la chiesa parrocchiale di Maria Ss. Della Consolazione, la chiesa di S. Maria del Suffragio e la chiesa di Maria Ss. Addolorata. Ai margini del moderno centro abitato possiamo ammirare la chiesa di S. Martino e la chiesa intitolata a S. Rocco. Lungo la circonvallazione orientale è la Fontana vecchia, costruita nel 1881, con tre nicchie ornate da bocche di fontana a mascheroni, lavatoio e abbeveratoio.

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